mercoledì 25 marzo 2015

La guerra di camorra in atto a Napoli Est





Ha fatto molto scalpore, nella stampa, l’ennesimo episodio della guerra di camorra che si sta verificando nella periferia est di Napoli, con la diffusione dei video fatti dai carabinieri nell’ambito dell’indagine che ha portato a 63 arresti per  tentato omicidio, sequestro di persona, porto e detenzione di armi da sparo, tutto aggravato dal metodo mafioso, in cui si vedono sparatorie in mezzo al rione Conocal di Ponticelli. Evidentemente, l’assenza di una struttura organizzativa piramidale (come quella che, a quanto pare, si è data recentemente la ‘Ndrangheta) dopo la grande guerra di camorra fra cutoliani e Nuova Famiglia degli anni passati, e la conseguente anarchia dei clan camorristici, soprattutto nel napoletano (dove, a differenza del casertano, non vi è un clan egemone che in qualche modo impone la sua legge agli altri) porta naturalmente a questa estrema e manifesta violenza di strada durante le guerre per la spartizione del territorio (nel caso di specie, soprattutto per la divisione delle piazze di spaccio dello stupefacente fra clan rivali).
Cerchiamo, quindi, di collocare quanto sta avvenendo in questi giorni nella periferia napoletana, individuando luoghi, protagonisti e conflitti in atto. Iniziando dal luogo: il rione Conocal nasce immediatamente dopo il terremoto del 1980, finanziato dalla legge di ricostruzione (la 219/1981), come espansione edilizia del famigerato quartiere de Gasperi, sede di molti dei gruppi camorristici napoletani più famosi , come quello dei Sarno. Si tratta di un quartiere di edilizia popolare di cattiva qualità, con indici di popolamento eccessivi, caratterizzato da forte degrado urbanistico, dove peraltro le problematiche dell’amianto non sono ancora del tutto risolte, che, negli anni Ottanta, ha accolto gli sfollati del terremoto provenienti da altri quartieri della città. Un insieme di alveari edilizi mal costruiti, senza servizi, di fatto uno dei tanti snodi della speculazione edilizia degli anni Ottanta, che ha creato problemi di convivenza e qualità della vita legati all’eccessiva densità abitativa privata di adeguati spazi verdi e di socializzazione, accentuati dal senso di sradicamento di molti abitanti, provenienti da altre zone della città e che ha finito per creare una sensazione diffusa di ghettizzazione , con tutte le conseguenze in termini di emarginazione sociale e senso di abbandono da parte delle istituzioni che tale sensazione genera. Oltretutto, per un tragico errore urbanistico, tale rione viene costruito proprio a ridosso di un’area a fortissima densità camorristica, facendo finire gli abitanti del rione in pasto alla camorra. Non a caso, uno dei primi business che il capostipite dei Sarno, Ciro, mette in campo con i nuovi arrivati dopo il terremoto, è l’assegnazione illegale degli alloggi popolari, a danno dei legittimi proprietari. E non è un caso: con l’amministrazione delle case occupate illegalmente, Ciro Sarno guadagnerà il rispetto dei residenti, e spesso la loro gratitudine, fino ad acquisire il soprannome di ’o Sindaco, realizzando quel radicamento sociale che ogni sistema mafioso ricerca (per vari motivi, il principale dei quali è che in questo modo il clan acquisisce pacchetti di consenso utilizzabili per negoziare favori con la politica, tramite il voto di scambio. Infatti, dopo il suo pentimento, Ciro Sarno racconterà dei rapporti intrattenuti con la Dc napoletana). 

Rione Conocal


Inevitabilmente, le scelte urbanistiche ed edilizie facilitano il radicamento criminale. Conocal è di fatto, oggi, uno degli epicentri della criminalità partenopea. Ed è una delle zone più calde dei conflitti camorristici. In particolare, è in atto una guerra che deriva, in parte, dalla destrutturazione di alcuni clan tradizionalmente dominanti nell’area est (ovvero i Sarno e i Cuccaro/Aprea, questi ultimi radicati nel “Lotto Zero”, quartiere confinante a Conocal) colpiti dalle indagini e dai processi, ed in parte dal ridimensionamento dello spaccio di stupefacente nei quartieri settentrionali, che porta ad uno spostamento delle piazze di spaccio in quelli orientali, creando inevitabili tensioni con chi è già insediato in tali aree.
In particolare, il clan Sarno, destrutturato dall’ondata di arresti del 2008-2009 e dal pentimento del patriarca Ciro,  sembra aver finito di consumarsi nel tentativo di scalzare il potente clan Mazzarella, suo ex alleato ai tempi del cartello fra i clan Mazzarella/Sarno/Misso. I Mazzarella, dunque, usciti vincitori dalla guerra con ciò che restava dei Sarno, sebbene indeboliti, sono oggi ancora dominanti a San Giovanni a Teduccio. Hanno inoltre sottoposto al loro controllo il clan dei D’Amico, che un tempo operava come gruppo di fuoco al servizio dei Sarno, e che con la fine di questi ultimi ha cambiato padrone.
Il clan D’Amico è quindi da sempre un gruppo di affiliati, che ha sfruttato le sue capacità militari come gruppo di fuoco al servizio di clan sovraordinati, ed è capeggiato da Antonio, detto “Fravulella” (fragolina), che però è un tipo tutt’altro che dolce: viene arrestato nel 2009 per omicidio ed associazione a delinquere di stampo mafioso ed è considerato alleato al clan dei Ricci (è zio di Marco Ricci) che opera nei quartieri spagnoli (e dunque in centro). La crescita di importanza, sia pur come affiliato ai Mazzarella, di “Fravulella”, deriva dalla guerra in atto nei quartieri orientali, ed è testimoniata da 4 arrestati che portano il tatuaggio di Fravulella sul petto, e che quindi sono, presuntamente, suoi soldati. Il tatuaggio ha un significato simbolico molto potente per i camorristi, che può grosso modo tradursi in “mi ti porto addosso, sulla pelle”, cioè in una testimonianza di fedeltà assoluta, “fisica”, nei confronti del bosso che ti “marchia” sul corpo il suo nome. 

Uno degli arrestati con il tatuaggio di Fravulella



 Ed un arrestato del clan di "Bodo", il cui tatuaggio, oltre che il soprannome del boss, riporta le parole "rispetto, fedeltà, onore" che sanciscono il vincolo associativo di obbedienza al capo




Il clan D’Amico deve quindi difendersi, anche per conto dei Mazzarella che gli sono sovraordinati, dall’aggressività di un clan emergente, quello dei De Micco, anch’esso operante nella zona est (in determinate aree di Ponticelli) che, molto ben armato, operante nelle estorsioni e nella droga, sfrutta la sua alleanza con il clan Amodio/Abrunzio per occupare le zone del clan Cuccaro/Aprea, in declino, e per aprirsi la strada verso le piazze di spaccio nel quartiere Conocal (il clan Amodio/Abrunzio deriva proprio da elementi del gruppo Cuccaro). Il suo boss, Marco De Micco, soprannominato “Bodo” (un personaggio dei cartoni animati) è giovane e molto aggressivo, ed è attualmente detenuto in Lombardia per una condanna in primo grado a due anni e otto mesi di reclusione per tentata estorsione aggravata dalla matrice camorristica.
Il conflitto ha radici più antiche. Nel 2013, inizia una scia di sangue, e ciò può essere considerato come il primo atto della guerra culminata con gli arresti sopra descritti.  Il primo omicidio è avvenuto a San Giovanni a Teduccio il 12 gennaio 2013. La vittima, ventiquattro anni, e incensurata. Pochi giorni dopo, vengono colpiti due giovani, di 20 e 18 anni, quest’ultimo  nipote di Teresa De Luca Bossa, appartenente all’omonimo clan (un clan scissionista dei Sarno, a lungo impegnato in una sanguinosa faida con questi, anch’esso operante su Ponticelli, oltre che a Pianura). La violenza sale di livello quando ad ottobre 2013 viene ucciso un membro di spicco del clan Cuccaro, e l’8 aprile 2014 viene colpito un capo del gruppo Amodio/Abrunzio. Questi due omicidi possono essere infatti letti come tentativi di frenare l’espansione del sodalizio De Micco/Amodio/Abrunzio. 
 Cosa succederà ora? Difficile dirlo. L’ondata di arresti, secondo la stampa, avrebbe disarticolato sia i D’Amico che i De Micco. L’esperienza dimostra che la galassia camorrista è sempre pronta ad occupare gli spazi lasciati liberi da chi cade in disgrazia. Quindi, si aprono spazi per l’espansione di nuovi gruppi. Forse i De Luca Bossa, che dopo una fase di declino sembrano essersi alleati con il boss di Pianura, ovvero Giuseppe Marfella detto ‘o Percuoco? O forse altri clan affiliati ai Mazzarella, come i Formicola/Silenzio, potrebbero allargare la loro attività, sostituendo gli alleati D’Amico in rovina? E’ evidentemente troppo presto per dirlo. Ciò che invece non è affatto prematuro è prevedere una nuova fase di omicidi e sangue nelle strade di Conocal e di Ponticelli, per occupare gli spazi liberi. Occorrerà quindi grande attenzione da parte delle forze dell’ordine nei prossimi mesi.

sabato 14 marzo 2015

Mafia Capitale, seconda parte: organizzazione e finalità







Questa è la seconda parte della descrizione di Mafia Capitale, come emerge dalle risultanze investigative e dall’ordinanza cautelare del magistrato inquirente. Dopo averne descritto la genesi, nell’articolo precedente, in questa sede si approfondiscono le caratteristiche operative e le finalità.

1) I diversi strati dell’organizzazione , le sue caratteristiche generali e le sue finalità: l’agenzia di servizi e l’intermediazione fra i mondi

1.1) La leadership
Il magistrato inquirente individua almeno tre livelli di attività:
  • Il livello criminale vero e proprio,
  • Il livello economico,
  • Il livello della pubblica amministrazione e politico.
Tutti questi livelli sono in qualche modo isolati l’uno dall’altro, con l’unico trait d’union della guida, ovvero di Massimo Carminati, personaggio già conosciuto e descritto nella prima parte di questo lavoro. Il suo ruolo di comando emerge con chiarezza nelle intercettazioni, sia nel modo in cui gli altri componenti del sodalizio si rivolgono a lui, sia per il modo, chiaramente caratterizzato dalla volontà del capo di un gruppo criminale di imporre rispetto e timore sugli altri, con cui spesso Carminati stesso si rivolge agli altri. Ad esempio, in una intercettazione se la prende con il sodale Giovanni Lacopo, il gestore del benzinaio di corso Francia presso il quale i membri dell’organizzazione si incontrano, reo di aver un esattore dell’organizzazione, Matteo Calvio, per finalità personali (per farsi dare da tale Manattini dei soldi prestatigli dal padre di Lacopo stesso). Carminati, imbestialito per questo utilizzo “personale” e non concordato con lui di una risorsa dell’organizzazione, dirà infatti “al nano (riferendosi a Lacopo)...mo' come arriva come passa prendo il primo oggetto contundente che trovo ..mo' ne faccio trovare uno […] ti ammazzo come un cane![…]
E’ Carminati ad avere l’ultima parola nelle decisioni strategiche e nel disegno delle attività del gruppo. A puro titolo di esempio, in una intercettazione Carminati spiega il metodo che l’organizzazione deve avere nell’approcciare un imprenditore al suo braccio destro, Riccardo Brugia. Dice infatti: “noi dobbiamo andare dritto per le cose... cioè questi devono essere nostri esecutori... devono lavorare per noi.. non si può più fare come una volta…che noi arriviamo dopo facciamo i recuperi… e allora senti lo sai che c’è?... “i recuperi… vatteli a fa da solo”… a noi non ci interessa più... te lo dico..perchè poi.. a fa' i recuperi si fa 'na guerra con quelli che l’hanno solato? …ma perché? ..la gente ruba… e noi ci mettiamo a fare i recuperi… non siamo più gente che potemo fa una cosa del genere…pe’ du lire”. O ancora, quando istruisce i componenti del livello criminale dell’organizzazione su come si fa ad acquisire il controllo di un imprenditore: “..nella strada… glielo devi dire… aaa come ti chiami?... comandiamo sempre noi.... non comanderà mai uno come te nella strada.. nella strada tu c’avrai sempre bisogno di noi”. Ed il suo ruolo primario emerge anche quando deve “punire” un componente del sodalizio per un comportamento sbagliato, come quando intima a Lacopo, in modo sbrigativo, di pagare Calvio per un recupero crediti non andato a buon fine per colpa di Lacopo stesso. Dirà infatti Calvio alla sua compagna “… Massimo gli ha detto due parole, dice’ te sei messo in mezzo te? Ecco .. mo’ paghi te, subito veloce”. 

1.2) Il manifesto programmatico e il funzionamento dell’organizzazione: L’Agenzia di servizi
Il “manifesto programmatico” di funzionamento dell’organizzazione, che imprime Carminati, è particolarmente importante per giudicare alcune caratteristiche tipiche delle mafie del Centro Nord, e si basa essenzialmente su due parole d’ordine: flessibilità e relazionalità. Ogni livello (criminale, economico, politico/amministrativo) viene attivato ed utilizzato in modo flessibile, in base alle esigenze, ed il sodalizio ricava la sua forza non tanto dalla violenza, che Carminati aborrisce come un rimedio da utilizzare soltanto in casi estremi (perché ha un costo per l’organizzazione, la rende più visibile alle forze dell’ordine, rovina relazioni che potrebbero essere importanti in futuro, e ne compromette l’immagine, mentre cerca di penetrare nella cerchia più esclusiva dei salotti del potere politico ed economico, nei confronti dei quali occorre essere felpati e diplomatici). dirà infatti che “noi alzamo le mani .. a la gente, quando uno ti dice di fare una cosa fai quello che te dico io .. se mi dai una parola, no che non la mantieni più, .. però noi non ci approfittiamo mai di nessuno ...”.
L’organizzazione ricava la sua forza dalla rete relazionale. Significativo è ciò che Carminati dice a Gaglianone, imprenditore che secondo le indagini sarebbe collegato al gruppo: no pero' poi meno male che hai conosciuto Fabrizio perchè così.. poi.. quando ci sarà da...pure Carlo.. quell'altro...quell'altro è l'uomo de.. invece de Mancini... Carlo te lo avevo prese.. guarda che lui è l'uomo dell'ente EUR ...che loro per dire ... gli danno i chilometri di sabbia.. questi qua quelli che arrivano a noi ...per il movimento terra.. fanno tutti capo a lui .. e' lui che se ne sta occupando capito? ..in maniera che questi vanno a fa il sopralluogo.. li conosci tu a pe'...eh...mo ti chiama...nun te preoccupà....stiamo a mette, stiamo a mette su' una bella squadra..piano piano...capito?”
In questo modo, flessibilità e relazionalità consentono di mettere in collegamento il mondo di sotto, cioè quello criminale, con il mondo di sopra dell’élite imprenditoriale e politica, attraverso la ben nota metafora del “mondo di mezzo” che Carminati, ex NAR, spiega a Brugia, altro ex NAR, in un linguaggio tolkeniano che ben si adatta ai miti delle destra neofascista: “è la teoria del mondo di mezzo compà. ....ci stanno… come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo (…) e allora....e allora vuol dire che ci sta un mondo.. un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile che quello…come è possibile che ne so che un domani io posso stare a cena con Berlusconi..cazzo è impossibile.. capito come idea?. . .è quella che il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra. . cioè.. hai capito?... allora le persone.. le persone di un certo tipo… di qualunque di qualunque cosa... .si incontrano tutti là. . .si incontrano tutti là no?.. tu stai lì...ma non per una questione di ceto… per una questione di merito, no? ...allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno. . questa è la cosa…e tutto si mischia.
Carminati, quindi, si posiziona al crocevia fra mondo legale e mondo illegale, fungendo da intermediatore che li mette in collegamento fra loro, in funzione di specifiche esigenze, ed operando quindi sia al livello dei vivi che a quello dei morti, senza sporcarsi le mani direttamente (“non siamo più gente che potemo fa una cosa del genere”) se non quando strettamente necessario per imporre timore e rispetto per le regole dell’organizzazione a chi sgarra, o non prende in considerazione il ruolo dell’organizzazione, e non intende passare per la sua intermediazione: (“Come posso guadagnare, che te serve il movimento terra? Che ti attacco i manifesti? Che ti pulisco il culo ..ecco, te lo faccio io perché se poi vengo a sapè che te lo fa un altro, capito? Allora è una cosa sgradevole…”). In questo modo, l’obiettivo è quello di entrare negli ingranaggi complessivi di funzionamento del sovra mondo, servendosi del sottomondo per fornirgli delle utilità (soldi a strozzo ad imprenditori o professionisti in difficoltà, imprese fornitrici colluse in particolari segmenti del ciclo edile, in particolare nel movimento terra, tradizionale settore di infiltrazione delle mafie, eventualmente voti a politici, o anche servizi di vario genere, ad esempio Carminati fornirà il suo esecutore Calvio all’imprenditore Manattini, come guardia del corpo).
La finalità non è quindi quella di agire nel sottomondo con i caratteristici affari criminali, come il traffico di droga (“la storia della droga è della stampa”) ma di creare una sorta di “agenzia di servizi” che operi in condizioni monopolistiche (non interferisco negli affari illegali degli altri gruppi criminali romani nel loro mondo di sotto, e loro mi lasciano l’esclusiva del mondo di mezzo) erogando servizi particolari, che solo dal sottomondo possono essere acquisiti. E che, però, per poter funzionare, deve mantenere un solido contatto con il sottomondo (da cui la rete di relazioni con la camorra dei Senese che opera nella capitale, così come con le ‘ndrine ed i clan di Cosa Nostra, o batterie italiane e extracomunitarie, come quelle di Santoni, “Diabolik Piscitelli”, che opeera su Ponte milvio, o Pavlovic).
Contatto che si estrinseca anche in interventi diretti di mediazione e di composizione di litigi interni al sottomondo, finalizzati a mantenere una “pax criminale” che faccia funzionare bene tutto il meccanismo. Il 17 aprile 2013, nell’area della stazione di servizio “ENI” di corso Francia, Carminati Massimo e Brugia discutevano dell’organizzazione di un incontro, non preceduto da appuntamenti telefonici - come da consuetudine di tutti i sodali - con soggetti descritti come “brutti forti”. In particolare, Brugia riferiva al Carminati: “a Mà…mò per ditte a quelli là gli ho detto ...fra quattro giorni penso di dargli appuntamento”, e quest’ultimo dettava le regole da seguire al fine di fissare appuntamenti sicuri, siti all’interno del quartiere di Vigna Stelluti, ove il sodalizio mantiene una maggiore influenza: “settimana prossima passano qua e lasciano soltanto il giorno a Roberto (Lacopo, titolare del benzinaio di corso Francia)… solo con Roberto gli dici guarda dì a Massimo giovedì per dirti ed io l'appuntamento poi glielo dò ad un'altra parte”. Brugia, nel confermare la circostanza, riferiva all’interlocutore che uno dei soggetti con i quali avrebbero dovuto incontrarsi “ha detto, lo sai come voleva la pistola…non l'hai visti, non l'hai visti come, come…come”, ottenendo conferma della pericolosità di tali personaggi dallo stesso Carminati, il quale riferiva all’interlocutore: “quelli so' brutti forti compà”, precisando “...sono andato da questi prima che prendono la pistola e sparano…”. Con quest’ultima affermazione, il Carminati sottolineava l’entità del proprio intervento di mediatore, espletato nei confronti di pericolosi soggetti del sottomondo, al fine di evitare una degenerazione violenta, che non conveniva alla buona gestione degli affari dell’”agenzia di servizi”. Si scoprirà poi che i soggetti con cui si sono incontrati sono effettivamente brutti: Roberto Santoni e Daniele Carlomosti, due pregiudicati romani, a capo di batterie di spacciatori e rapinatori, e lo slavo Tomislav Pavlovic, usuraio, attivo nel racket e nella ricettazione.

2) I connotati mafiosi
L’”agenzia di servizi” ha però i classici tratti dell’organizzazione mafiosa, ai sensi dell’articolo 416 bis del codice penale e della giurisprudenza in materia. Questi tratti si evidenziano sotto numerosi aspetti:
  • Il tipico potere intimidatorio del legame associativo;
  • Le modalità di infiltrazione nelle imprese e nel sistema degli appalti;
  • I legami fra gli associati, costruiti da reti di appartenenza, oltre che da meri interessi criminali comuni;
  • Il radicamento ed il controllo del proprio contesto territoriale e culturale di riferimento.
2.1) Il potere intimidatorio del vincolo associativo
Mafia Capitale presenta i tratti specificamente evolutivi delle mafie tradizionali che formano delle gemmazioni nel Centro Nord. La sua ambizione di agenzia di servizi la porta a ridurre al minimo indispensabile la violenza, perché il potere di intimidazione promana direttamente dalla percezione del vincolo associativo, che crea una minaccia generica di per sè stesso. Come per le mafie tradizionali, però, Mafia Capitale ha l’esigenza di mantenere stretti legami con il suo ambiente di provenienza, che ovviamente, a differenza delle mafie meridionali insediate al Nord, non è geografico, ma di contesto, ovvero il legame con il sottomondo, come detto in precedenza.
A pena di perdere il suo prestigio criminale e la sua forza di intimidazione, essenziali per porsi come intermediatrice fra mondo di sotto e di sopra, il sodalizio continua a operare nel sottomondo, non solo nelle funzioni di intermediazione e di risoluzione di conflitti sopra illustrati, ma anche attraverso la realizzazione dei delitti classici delle associazioni di stampo mafioso, quali l’usura e l’estorsione. Ciò è un ulteriore tratto classico delle mafie, comune a Mafia Capitale: anche se operano su livelli molto sofisticati di globalizzazione e finanziarizzazione, esse devono infatti “manutenere” il loro potere di intimidazione, e devono quindi continuare ad operare su reati da strada connotati da alti livelli di intimidazione delle vittime, come per l’appunto usura ed estorsione. L’omertà delle numerose vittime di estorsione di Mafia Capitale ne certifica il potere intimidatorio. Un esempio lampante è quello del debito contratto da tale Pirro Raimondo nei confronti del Brugia, peraltro per un fatto relativamente minore, di denaro per la vendita di due orologi di proprietà del Brugia stesso. Per Brugia e Carminati la riscossione del credito nei confronti del Pirro è principalmente una questione di reputazione criminale, ben più importante della cifra non particolarmente rilevante (Brugia dirà: “ormai, eh..se no..è diventata una questione principale, come no?” e Carminati risponde: “stavolta, stavolta se..se non è proprio la buca de notte, jè spaccamo proprio la faccia Riccardo: no, no jè do' una martellata in testa...come premessa..appena lo vedo l'ammazzo.. ormai è diventata una cosa...mica, mica può pensare deve passà, de esse passato così, questo che và a pija per culo la gente”). 

2.2) Protezione ed infiltrazione nelle imprese e nell’economia
Tipicamente mafiosa è poi, in ambito estorsivo, la “protezione” offerta, obtorto collo, agli imprenditori, che di fatto li trasforma in sodali del gruppo, utilizzabili ,ad esempio, per entrare nei subappalti dei cantieri edili, o nelle forniture. Una protezione, come avviene nei territori di alto insediamento mafioso, spesso cercata direttamente dall’imprenditore stesso, e nemmeno imposta dall’organizzazione, che attesta il suo livello di radicamento nel tessuto sociale e produttivo della capitale. La protezione è in realtà un mero strumento per inserirsi nell’attività imprenditoriale, dapprima fornendo tutta la serie di servizi strumentali senza partecipare al rischio d’impresa “noi lo sai perché andiamo bene?.. perché noi facciamo il movimento terra” oppure fornendo “tranquillità” (“tu lo devi mette seduto gli devi dì tu vuoi sta' tranquillo ? […] allora mettiamoci a… fermare il gioco… a come ti chiami?... comandiamo sempre noi....non comanderà mai uno come te nella strada... nella strada tu c’avrai sempre bisogno di noi”), sino a raggiungere il vero obiettivo della manovra, ovvero la caduta dell’impresa “protetta” integralmente nella rete del sodalizio. Gli imprenditori così avvicinati “devono essere nostri esecutori.. devono lavorare per noi”. Infatti, sempre seguendo Carminati, “deve essere un rapporto paritario, je devi dì…non ti pensare che tu... ecco… a me mi puoi anche …dire che mi dai un milione di euro… per guardarmi… tutte ste merde…non mi interessa, già che faccio una cortesia...è normale che dall'amicizia deve nascere un discorso che facciamo affari insieme”. E’ una modalità operativa totalmente ripresa, in modo fedele, dal modus operandi delle mafie meridionali.
Assolutamente esemplificativo è in tal senso l’avvicinamento della famiglia imprenditoriale Guarnera al sodalizio: avvicinamento cercato dagli stessi imprenditori. Guarnera entra in contatto, inizialmente, con Brugia, nel dicembre del 2012, per richiedere protezione. Brugia gli concede Matteo Calvio quale “guardaspalle”. Al contempo, Guarnera proponeva a Brugia la partecipazione a un affare immobiliare, riferibile a “novanta appartamenti a Monteverde”. L’ingresso di Mafia Capitale nell’affare produce per Guarnera tangibili benefici, quali lo sblocco amministrativo del cantiere di via Innocenzo X, da parte di Carminati, per stessa ammissione di Guarnera: “lui è stato in grado di una cosa che io in due anni non sono riuscito a fare, lui in tre giorni è riuscito a sbloccarla!”.
L’affiliazione crescente di Guarnera passerà anche, nell’oramai consueta stazione di servizio di corso Francia, da una vera e propria formazione da mafioso, impartita da Carminati, iniziando dall’omertà (“.. uno non deve parlà”, “mai risponde alle domande ... le domande sono lecite le risposte non sono mai obbligatorie ..”)
Così come è tipicamente mafioso il modo in cui il gruppo penetra nel sistema degli appalti pubblici. Un misto di corruzione (dirà Buzzi “Lo sai perché Massimo è intoccabile? Perché era lui che portava i soldi per Finmeccanica! Bustoni di soldi! A tutti li ha portati Massimo! … 4 milioni dentro le buste! 4 milioni! Alla fine mi ha detto Massimo “è sicuro che l’ho portati a tutti! Tutti! Pure a Rifondazione!”) e di intimidazione, che al limite, se strettamente necessario, può arrivare alla violenza (Carminati riferirà a Brugia di aver “menato” Riccardo Mancini, detto “er Ciccione”, e camerata di Carminati nei NAR, che, da amministratore delegato di EUR SpA, nominato dal sindaco Alemanno, svolge, in modo troppo recalcitrante secondo Carminati, il ruolo di procacciatore di appalti pubblici per il sodalizio) o, più spesso, alle minacce. 

2.3) I vincoli di gruppo
Manca invece, delle mafie tradizionali, il percorso di affiliazione formale, che passa attraverso un periodo di monitoraggio dell’aspirante affiliato, diversi gradi di affiliazione esterna (ad es. il passaggio dell’aspirante al grado intermedio di “contrasto onorato”, nel sistema ‘ndranghetista) ed una cerimonia formale di affiliazione, che serve perlopiù per cementare la fedeltà all’organizzazione, tramite una complessa simbologia religiosa ed esoterica che serve anche per suscitare emozioni e sentimenti di fratellanza con il gruppo da parte del neo-affiliato. Tuttavia, tale mancanza è più che compensata dal fatto che tutto il gruppo “interno” di Mafia Capitale, quelli cioè più vicini a Carminati, come Brugia, Gaudenzi, Grilli, o gli esponenti più importanti della raggiera esterna del gruppo, come Mancini o Mokbel, sono tutti componenti, a vario titolo e con diversi livelli, del mondo dell’eversione neofascista o dell’estrema destra extraparlamentare degli anni ’70 ed ’80, ed hanno quindi cementato, fra loro, un legame di solidarietà ed amicizia tale per cui, come confesserà lo stesso Grilli, “tra camerati non ci si tradisce”. Le intercettazioni telefoniche, infatti, testimoniano di un legame profondo, di amicizia e rispetto reciproco, fra Carminati e Brugia, che va al di là del mero rapporto utilitaristico ed affaristico, tanto che i due vivono a pochi metri di distanza, avendo Brugia preso casa nel villino di Sacrofano attiguo a quello di Carminati, e passando con lui intere giornate. Altri importanti esponenti di Mafia Capitale, come Buzzi, Calvio o Lacopo, pur non avendo un passato attestato nell’estremismo neofascista, sono amici personali di lunga data e quindi conosciuti e “fidati”. 

2.4) Il controllo del proprio contesto di riferimento
Lo stesso contesto in cui opera il sodalizio esprime un profondo radicamento dentro un circolo ristretto, facente capo agli ambienti “esclusivi” alla destra radicale, dentro il quale i protagonisti di questa storiaccia mostrano di sapersi muovere con la massima disinvoltura e confidenza, trovando alleanze, opportunità di business, manovalanza, ed anche, per così dire, “copertura” e rispettabilità sociale, e diventa quindi quel substrato “tradizionale” di radicamento primario di cui ogni mafia ha bisogno, anche quando entra nella fase dell’espansione in nuovi contesti. Quando parlo di contesto, mi riferisco ovviamente in primis a quello geografico: operano tutti nel quadrante di Roma Nord, fra i Parioli, Vigna Stelluti, il Fleming, il Flaminio e Sacrofano, un vero e proprio habitat elettorale e sociale della destra più radicale, che esprime quella piccola e media borghesia di “parvenus” e medi e grandi “commis” dell’Amministrazione Pubblica, dalla quale, peraltro, quasi tutti i protagonisti di Mafia Capitale sono stati allevati (nonostante l’estremo livello di degenerazione, anche nel modo di esprimersi, che Carminati manifesta, dopo tanti anni di frequentazioni criminali, egli stesso è, per unanime ammissione di tutti, un uomo intelligente, colto e perfettamente in grado di “stare” dentro contesti sociali altolocati). Il legame territoriale quasi simbiotico che, come ogni Mafia (organizzazione in primis territoriale, anche quando si espande) il gruppo esprime emerge dalle intercettazioni, dal richiamo costante che Carminati fa della sua appartenenza a Roma Nord (come quando Carminati contattava Santoni, dicendogli “ciao sono io, buongiorno…so’ quell’amico tuo di zona qui a Roma Nord…”). Tutti gli affari del gruppo si combinano quindi in “territorio amico”, dove Carminati e soci si sentono protetti e conosciuti, fra il benzinaio di corso Francia, l’Euclide di Vigna Stelluti, il bar Hungaria di piazza Ungheria, i ristoranti di Ponte Milvio e della Flaminia Nuova. Persino le telefonate “delicate” vengono fatte da una cabina di via Flaminia, o da una di viale Tiziano. Molto significativamente, perché è un altro connotato tipicamente mafioso, il territorio del boss, ovvero Sacrofano, si chiude in una perfetta omertà, se non in qualche tentativo di difesa dell’imprenditore edile sacrofanese Agostino Gaglianone, risultato, dalle emergenze investigative, colluso con il gruppo, e fortemente relazionato con Carminati1

Alcuni dei luoghi di Mafia Capitale. In alto  sinistra: corso Francia (con la stazione di servizio di Lacopo). In senso orario: piazza di Vigna Stelluti, Ponte Milvio, Sacrofano



Ma il contesto è anche culturale: non solo per nostalgia dei suoi vent’anni, ma anche per rinsaldare i legami affettivi con il gruppo, Carminati non di rado si lascia andare a rimembranze del suo passato di terrorista dei NAR, ricorda, persino divertito, di quando andò in Libano a fare il cecchino con i falangisti fascisti, nei primi anni Ottanta, tiene nella sua abitazione oggetti con una forte carica simbolica nell’immaginario neofascista, come una Katana giapponese, utilizza con i suoi uomini termini, come il “mondo di mezzo”, che evocano la paccottiglia pseudo-culturale delle letture tipiche dei neofascisti e degli ordinovisti, quando deve minacciare utilizza il linguaggio truculento dei picchiatori da strada dell’estrema destra (“lo famo strillà come un’aquila sgozzata”). Tutto questo non è casuale, serve per rinsaldare una sottocultura comune, nella quale i membri del gruppo possono riconoscersi e sentirsi a loro agio, quindi in ultima analisi sentirsi più legati al sodalizio. Anche questo è un comportamento mafioso: ad esempio, la ‘Ndrangheta ha elaborato un immaginario culturale, con tanto di mitologia delle origini (i famosi cavalieri Osso, Mastrosso e Scarcagnosso) e sincretismi cattolici, utile per rinsaldare la fedeltà dei propri affiliati. Lo stesso vale per Cosa Nostra, e per le elaborazioni politico/autonomistiche che Cutolo offrì alla NCO.

Conclusioni
In conclusione, Mafia Capitale appare come una organizzazione dai tipici tratti mafiosi, evolutasi dalla criminalità di strada verso una forma imprenditoriale di fornitura di servizi illeciti al “mondo di sopra” (l’agenzia di servizi) in condizioni di monopolio, quindi perfettamente inserita dentro le logiche di potere economico, amministrativo e politico di Roma, e per molti versi ad esse funzionale e servente. Una organizzazione che, accanto ai tipici caratteri intimidatori di una mafia (alimentati anche dal prestigio criminale di Carminati e dalla sua intelligenza organizzativa), ha accresciuto il suo potere grazie ad un notevole investimento in capitale sociale, capitale relazionale, che le consente di porsi al crocevia di una rete di rapporti, talvolta da essa stessa costruiti, talvolta ad essa preesistenti ma funzionali, con una capacità di estensione socio economica molto pervasiva e pericolosa, che dal centro di tutto, ovvero Carminati, si estende a raggiera, sia nel mondo criminale, in cui Carminati assume sempre più il ruolo di organizzatore e coordinatore (arrivando addirittura a pagare 20.000 euro ad un Casamonica, per tenersi buono il rapporto con il clan criminale) sia in quello imprenditoriale e politico/amministrativo. Il potere mafioso esercitato sul territorio si misura in termini di imprenditori collusi, che spesso vanno essi stessi a cercare protezione, amministratori coinvolti, comuni cittadini omertosi o impauriti.
Nell’ultimo capitolo di questa storia, si approfondiranno le biografie e i ruoli degli uomini coinvolti in Mafia Capitale.

1 Cfr. inchiesta del Fatto Quotidiano a Sacrofano del 04.12.2014

lunedì 9 marzo 2015

Il mondo di mezzo: nascita e genesi di Mafia Capitale






Questo è il primo capitolo di una serie di articoli che tratteranno del fenomeno criminale più rilevante nella realtà sociale, amministrativa ed economica romana, ovvero l’organizzazione “Mafia Capitale”, guidata, come è stato rilevato dalle indagini del PM Pignatone, da un ristretto gruppo dirigente che faceva capo a Massimo Carminati, e che è riuscita nel non facile risultato di realizzare un coordinamento criminale complessivo di tutti i soggetti organizzati, endogeni o esogeni alla criminalità romana, che operano sulla capitale, creando, in perfetta coerenza con le logiche di funzionamento di una mafia, uno spazio di intermediazione e di mutuo scambio e profitto fra criminalità, da un lato, pubblica amministrazione, spezzoni della politica e rilevanti parti dell’economia, dall’altro. Ma che ha realizzato anche qualcosa, per così dire, di nuovo, o per meglio dire perfezionando un’idea che era già alla base della storia della Banda della Magliana, mettendo in collegamento spezzoni di attività criminale tradizionalmente lontani fra loro, come la criminalità politico-terroristica e quella comune. Una storia che ha anche riferimenti sociali molto precisi, in quella borghesia medio-alta che vive di intermediazione politico/amministrativa, di servizi e di credito, che da sempre è la spina dorsale delle élite della Capitale, e quindi geografici, in quei quartieri periferici dell’area settentrionale di Roma, fra corso Francia, la Flaminia, la Cassia e Sacrofano, dove tale élite di imprenditori, professionisti, commercianti di successo, trafficanti, ma spesso anche ex terroristi ed ex componenti di organizzazioni eversive di estrema destra degli anni Settanta, ha scelto di vivere, creando una sorta di città nella città, tipicamente , e da sempre, roccaforte elettorale della destra, da quella ex fascista e sdoganata da Fini, fino a ciò che rimane della galassia extraparlamentare e movimentista del neofascismo e del terzoposizionismo.
In questo primo articolo parleremo delle origini di Mafia Capitale. In un prossimo articolo, se ne descriveranno le caratteristiche organizzative e le modalità operative.

La genesi: La banda della Magliana e il tessuto criminale ed eversivo romano
Mafia Capitale affonda le radici nella storia, mai completamente chiarita fino in fondo, della banda della Magliana, il sodalizio criminale che, fra alterne vicende, guiderà la cronaca criminale della Capitale fra seconda metà degli anni Settanta e prima metà degli anni Novanta. Intanto per i principali protagonisti: Massimo Carminati, che nella Banda della Magliana gioca un ruolo ben preciso di collegamento fra le attività criminali della Banda, e quelle terroristiche dei Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo terroristico neofascista di cui è membro.
Ma anche Ernesto Diotallevi, oramai settantenne, faccendiere legato agli ambienti dell'estrema destra, già intorno alla metà degli anni settanta è conosciuto per la sua attività di usuraio. Diventa poi il tramite fra banda della Magliana e mafia siciliana (per via della sua amicizia con Pippo Calò), nonché con il mondo economico finanziario, nel quale vanta notevoli entrature. Col tempo, poi, va a costituire l'anima finanziaria del gruppo di Testaccio-Trastevere, oltre che a occuparsi di riciclare e investire i capitali della Magliana.

Alcuni esponenti della banda della Magliana: alla seconda fila dall'alto, al centro, Diotallevi




E ancora, Gennaro Mokbel, altro faccendiere legato contemporaneamente agli ambienti della destra eversiva ed a quelli della banda della Magliana (Mokbel risulterà infatti coinvolto nel finanziamento della latitanza di Antonio D’Inzillo, a sua volta anche lui sia componente dei NAR che della banda della Magliana, per la quale operò come coautore dell’omicidio di “Renatino” De Pedis, ex boss della banda caduto poi in disgrazia con l’ala guidata da “Crispino” Abbatino)Mokbel ha oscillato fra partecipazione all’eversione di destra negli anni Settanta, criminalità e tentativi di entrare in politica, prima cercando di fondare una specie di Lega del Centro Sud, e poi con l’infiltrazione nel centro destra tramite il suo sodale, De Girolamo, divenuto senatore grazie ai voti della ‘Ndrangheta della famiglia Arena, di Capo Pizzuto, intermediati da Mokbel stesso.
Ed infine, i gruppi criminali di Ostia ed Acilia, guidati dai boss Carmine Fasciani e dai suoi alleati, il clan zingaro degli Spada, che hanno costruito, nel tempo, “Cosa Nostra Beach” sul litorale ostiense, sostituendo gradualmente il clan mafioso di origine siciliana dei Triassi, e che già da fine anni Ottanta dialogavano con la banda della Magliana, soprattutto in materia di traffico di stupefacenti sul litorale.
Ma non è soltanto una questione di personaggi, riciclati di lungo periodo dalla banda della Magliana. E’ anche una questione di idea organizzativa e di strategia operativa, che presentano numerosi punti di contatto con il modus operandi della vecchia banda dei “bravi ragazzi” della Magliana. Infatti, si riscontra anche in Mafia Capitale:
-          Il forte collegamento operativo fra un’area, o una ex area, di eversione terroristica neofascista, ed attività criminali comuni. L’idea di base era venuta al leader carismatico della banda della Magliana, “Er Negro” Giuseppucci. Con forti simpatie fasciste, ed amicizie anche di infanzia con componenti dei NAR, fra i quali lo stesso Carminati (che, intercettato, dirà “c’avevo contatti con la Banda della Magliana perché… l’unico vero capo che c’è mai stato… Giuseppucci… era un mio caro amico, abitava di fronte a casa mia”) aveva di fatto creato un sodalizio terroristico/criminale, di mutuo interesse: i NAR potevano ottenere la custodia delle armi (per la quale Giuseppucci arrivò ad inventarsi un deposito addirittura negli scantinati di un palazzo pubblico, il Ministero della Sanità) e il supporto degli elementi criminali della Magliana per rapine bancarie di autofinanziamento (dirà sempre Carminati, rievocando gli anni della sua gioventù: “io ero politico … facevo politica a quei tempi …Io schioppavo dieci banche ar mese”) mentre la banda della Magliana, oltre ad avere il supporto di manovalanza terroristica che sapeva sparare bene durante le rapine, che si prestava ad operazioni di recupero crediti, e che la aiutava a non avere troppi “riflettori” mediatici puntati su di essa[1], poteva avvalersi delle perizie mediche artefatte del professor Aldo Semerari, medico legale nonché perito del tribunale di Roma, vicino agli ambienti dell’estrema destra, e pingui profitti nella “stecca” per operazioni di ripulitura di denaro rapinato dai NAR (Er Negro Giuseppucci verrà arrestato nel 1980 proprio perché stava riciclando parte dei traveller’s cheques rubati dai NAR Carminati e Alibrandi alla sede romana della Chase Manhattan Bank). Va anche detto che Carminati, nelle intercettazioni, si dissocia dai metodi della banda della Magliana, pur confermando ampiamente di aver avuto rapporti intensi con essa, quando dichiara “c’ho avuto una sorta di rapporti co’ tutti ‘sti cialtroni” qualificandoli di sanguinari. Evidentemente, si tratta dell’intento di qualificarsi come capo carismatico di una organizzazione che non ha bisogno di ricorrere alla violenza tipica della banda della Magliana, perché già profondamente radicata nel sistema politico ed affaristico romano. E’ il classico comportamento del boss che ha fatto carriera, che cerca di riqualificare la sua immagine come uomo d’affari, lontano dalla violenza primaria di strada. Tanto che uno dei killer più importanti della banda della Magliana, Antonio Mancini, detto “L’Accattone”, saputo di tale frase disdegnosa di Carminati, lo richiama all’ordine, ricordandogli, in una intervista rilasciata al Fatto Quotidiano che “senza la banda della Magliana Carminati non sarebbe diventato nessuno”;
-          Il classico modello organizzativo della mala romana, in cui il vincolo associativo convive con un’ampia autonomia dei singoli componenti, che era tipico anche della banda della Magliana (e che è stato l’origine della sanguinosa divisione fra l’ala testaccina e quella trasteverina) e con l’intento di organizzare una ampia alleanza, fatta di spartizione delle aree di influenza, con il resto dei gruppi malavitosi (endogeni, come il clan dei Casamonica, un gruppo di zingari di etnia Sinti che opera nel quadrante sud orientale di Roma, o esogeni, come i gruppi camorristici, ndranghetisti e mafiosi che si sono localizzati nella capitale).
Nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari che corona il lavoro di indagine coordinato da Pignatone, si disegna con chiarezza la genesi del gruppo criminale. In particolare, nella sua funzione di trait d’union fra i NAR e la banda della Magliana, Carminati finisce per costruirsi una posizione id relativa autonomia da entrambi i gruppi. Rispetto ai NAR, in una intercettazione il Carminati riferisce di aver rifiutato di conferire la gran parte dei guadagni delle rapine da lui fatte all’organizzazione politica, così come anche di aver rifiutato, dopo la morte del Negro Giuseppucci cu iera legato, l’affiliazione organica alla banda della Magliana, rimanendo un “cane sciolto”, in grado di acquisire una posizione di notevole vantaggio da relazioni, tenute sempre con notevole autonomia, sia con il terrorismo nero che con la criminalità comune.
Tale comportamento di equidistanza contribuirà quindi a costruire, attorno al “Cecato” Carminati, un’aura di prestigio, che contribuirà notevolmente alla sua ascesa criminale. Come racconterà un affiliato di Mafia Capitale, ovvero Fabio Gaudenzi, anch’egli un ex NAR, una volta carcerato a Regina Coeli poiché coinvolto nella rapina in cui aveva perso la vita il suo camerata Elio Di Scala (detto “Kapplerino”), ricevette assistenza (paralizzato com’era per via di una grave lesione riportata a sua volta) e solidarietà da tutto l’ambiente carcerario per il solo fatto di essere messo in relazione con il defunto e – per suo tramite – con il Carminati. La figura di Carminati è così prestigiosa che quando, nel 2012, esce il famoso articolo dell’Espresso “I quattro Re di Roma” che inizia a disvelare l’esistenza di Mafia Capitale, Carminati, anziché preoccuparsene, ci scherza sopra, e se ne vanta, considerandolo un riconoscimento di un potere criminale acquisito. Parlando con il suo braccio destro, Riccardo Brugia, dirà, riferendosi all’articolo “questo.. sul lavoro nostro…sono pure...cose buone” vantandosi del suo potere intimidatorio nei confronti dei suoi interlocutori “anche se..a vorte se stai .. a parla' con la gente scappano…”.
Con il curriculum criminale gonfiato dal prestigio e dalla paura che incute, Carminati esce definitivamente dalle sue vicende giudiziarie (iniziate ad aprile del 1981, quando, con due camerati avanguardisti, nel tentativo di sconfinare illegalmente in Svizzera venne gravemente ferito dai carabinieri, perdendo un occhio) ad aprile 2011, quando viene liberato dopo aver scontato la condanna per aver diretto e coordinato ben 23 persone, fra chi operò direttamente e vari fiancheggiatori, nella rapina al caveau della Banca di Roma, il 17 luglio 1999, con modalità particolarmente spericolate, perché venne attaccata la filiale che si trovava all’interno...del palazzo di giustizia di Roma, a piazzale Clodio! In tutti questi anni, Carminati, ufficialmente disoccupato e nullatenente (ma abitante in una bella villa di Sacrofano, piena di quadri, fra i quali opere di Wharol e Pollock, oltre che, come dirà lo stesso Carminati in una intercettazione, acquirente di una casa a Londra), è passato attraverso una serie incredibile di processi, conclusi con assoluzioni, o condanne con pene miti, non di rado accorciate ulteriormente dai vari indulti intervenuti. Nel frattempo, si teneva allenato nel crimine, sia con la rapina del 1999, sia, ad opinione di combinando vari affarucci con i fratelli Esposito Salvatore e Genny, camorristi del clan Senese, un clan afragolese, diretto da Michele detto “O Pazz” per le diagnosi di malattia mentale che si faceva preparare al fine di evitare il carcere,  da anni insediato stabilmente a Roma, nell’area dell’Acqua Bullicante, e con un esponente del clan Licciardi, Luigi, detto Gigino a' Nacchella, anch’egli camorrista. Contatti utili per creare alleanze operative necessarie a costruire la sua creatura criminale. E tiene i contatti con il sottobosco dell’eversione fascista, così come con i reduci della Magliana, con il sodalizio Fasciani/Spada, padrone del litorale ostiense, con i Casamonica, e con piccoli gruppi criminali operanti nell’area di Roma Nord, posizionati a metà fra la militanza nelle tifoserie calcistiche Ultrà e lo spaccio di stupefacente. 

Massimo Carminati


L’accumulazione originaria di capitale illegale e la strutturazione delle attività

L’accumulazione originaria di risorse economiche proviene proprio, probabilmente, dal traffico di stupefacenti. A settembre 2011, viene arrestato lo skipper Roberto Grilli, collegato al braccio destro di Carminati, ovvero Riccardo Brugia, al largo della Sardegna con più di 500 chili di cocaina purissima nascosti nello scafo, per un controvalore di circa 200 Meuro. Pensando di essere stato scaricato dalla sua organizzazione, inizierà a parlare, dando avvio, di fatto, all’inchiesta Mafia Capitale. E’ tuttavia presumibile che il gruppo non agisca direttamente nel traffico degli stupefacenti, quanto piuttosto si faccia dare una quota del ricavato ai trafficati di strada. Nelle intercettazioni, infatti, Carminati nega decisamente un coinvolgimento diretto nel giro dello spaccio, ed anche questo, a bene vedere, è un tratto tipico della “mala” romana, quando arriva ad un determinato grado di maturazione: cerca di rimanere dietro le quinte, rispetto alle attività criminali più esplicite. Ad esempio, l’inchiesta ha consentito di stabilire un legame con la “batteria” guidata da Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, capo della tifoseria della Lazio e pregiudicato per reati di droga, che opera su Ponte Milvio, insieme ad un gruppo di albanesi definiti dagli stessi imputati, intercettati, molto pericolosi, e con legami con la stessa camorra dei Senese in relazione (come visto) con Carminati stesso, appurati già dai primi anni ’90 (Vds. sul punto l’ind. IRAQ-NIZZA del Reparto Operativo del Gruppo Roma 3 in Frascati del 1991).
Il giro d’affari creato con la coca, direttamente o più probabilmente in forma indiretta, servirà quindi per finanziare lo sviluppo dell’organizzazione, attiva sia nella tradizionale criminalità di strada (usura, traffico d’armi, per il quale sembra addirittura aperto un canale commerciale con il clan catanese dei Santapaola, recupero crediti, non disdegnando nemmeno le botte[2] estorsioni, condite dal classico contorno di minacce[3]) facendo capo, operativamente, al benzinaio di corso Francia gestito dai fratelli Lacopo, sia nella criminalità economica (appalti di servizi, tramite il sodalizio con Salvatore Buzzi, e la sua cooperativa 29 Giugno, una vera miniera d’oro grazie anche agli affidamenti diretti concessi per vie politiche, tanto che Buzzi dirà “Tu c'hai idea de quanto ce guadagno sugli immigrati? il traffico de droga rende meno”, ma anche nei cantieri edili, nel classico settore del movimento-terra, come dirà Carminati in una conversazione intercettata il 20.06.2013 59 con il conduttore radiofonico Corsi Mario, ex militante dei NAR, e BRUGIA Riccardo, “gli si dice...ora che abbiamo fatto questa cosa, che progetti c'avete? Allora nel progetto, perché voi fate li progetti…la politica…adesso che progetti c'avete? Teneteci presenti per i progetti che c'avete, che te serve? Che cosa posso fare? Come posso guadagnare, che te serve il movimento terra? Che ti attacco i manifesti? Che ti pulisco il culo ..ecco, te lo faccio io perché se poi vengo a sapè che te lo fa un altro, capito? Allora è una cosa sgradevole”).
Ed ovviamente operando nel riciclaggio, acquistando locali, immobili, progettando addirittura un commercio di diamanti in Africa (progetto nel quale è coinvolto Fabio Gaudenzi) esportando valuta in paradisi fiscali grazie a società finanziarie colluse, ma anche nel giro delle fondazioni, nella quale i corrotti sono presidenti, amministratori, tesorieri e consiglieri. Il mafioso sovvenziona legalmente con un lascito alla fondazione. Poi i soci del malaffare prendono uno stipendio legale nella fondazione in cui sono proprietari.
Tutti questi livelli di malaffare sono gestiti da diversi strati dell’organizzazione, da quelli più direttamente operanti nel “mondo di sotto” a quelli, più insospettabili, operanti nell’imprenditoria, nella finanza, nella pubblica amministrazione e nella politica. Ma le caratteristiche organizzative della banda saranno trattate nel prossimo capitolo.


[1] Dirà infatti “Crispino” Abbatino che il ricorso ai NAR serviva per “dare all’esterno l’impressione di un frazionamento in gruppi tra loro scollegati”.
[2] Il 30.05.2013 MANATTINI Riccardo telefonava a LACOPO Roberto al quale diceva “m'hanno massacrato ieri sera (…) mi hanno picchiato in via Cola (incomprensibile)” e contestava al suo interlocutore che “avevi detto che non mi toccavano (…) tu hai detto che non mi toccavano”. “m'hanno rotto le costole anche”. La risposta di LACOPO Roberto è: “quando uno picchia qualcuno è perché se vede che ha fatto quarcosa sennò uno no ‘o picchiano”.
[3] Matteo Calvio, operante in questo “ramo” di Mafia Capitale, è intercettato mentre si rivolge così a Ildebrando Item “qua deve portà i sordi….è il benzinaio”…forse non ha capito…me deve dà mille e cinque…so sei mesi …sette mesi…no lei deve portà i sordi……m’hai capito bene?...vengo là e te stacco il collo…nun ce credi? va bene…ciao”